Educatori, insegnanti e pedagogisti nella scuola della ripartenza: intervista al presidente dell’UNIPED Bozzato
Il governo italiano, ormai da settimane, viaggia spedito per garantire la gestione delle scuole al ritorno degli studenti, a settembre, Il governo dice che tornare a scuola sarà sicuro per tutti. Quindi, come sarà la scuola diversa quando inizi il nuovo mandato? Ci sarà un allontanamento sociale?
Gli scienziati continuano a ritenere che il distanziamento sociale possa aiutare. Parte degli sforzi per fermare la diffusione del coronavirus riguarda, anche nelle scuole, l’attenzione alle distanze sociali, il che significa assicurarsi che ci sia abbastanza spazio tra gli alunni per impedire la diffusione. Alle scuole verrà chiesto di concentrarsi sulla riduzione dei punti di contatto, il che significa tenere separati, quanto più possibile, gli alunni in classe.
Tutti i banchi di ogni classe saranno riacquistati per rispondere ai nuovi piani del governo. Verrà creato uno spazio tra i banchi che saranno disposti in modo che tutti i bambini siedano di fronte nella stessa direzione e non l’uno verso l’altro.
Gli insegnanti, comunque, è evidente che saranno allontanati socialmente dagli alunni: non ci saranno eventi con grandi gruppi, come le assemblee, per le scuole secondarie.
Ma cosa attende gli insegnanti? Quale il ruolo dei pedagogisti? Lo abbiamo chiesto al presidente nazionale dell’Unione Italiana Pedagogisti, l’associazione professionale che promuove e tutela la figura del pedagogista in Italia.
Alessandro Bozzato, presidente dell’Unione Italiana Pedagogisti
Alessandro Bozzato, nato a Venezia, laureato in Pedagogia a Padova nel 1993 è il presidente nazionale dell’UnIPed, l’Unione Italiana Pedagogisti. Bozzato opera come professionista e come pedagogista nel settore sociale, in prevalenza con i minori. È specializzato nei disturbi specifici dell’apprendimento e svolge attività di terapia e potenziamento basate sulla teoria prassico motoria. Affianca alla ricerca pedagogica lo studio del cinema e degli audiovisivi. Ha esperienze di insegnamento come professore a contratto di Istituzioni di Regia per l’Università di Bologna (dipartimento Beni culturali di Ravenna), come formatore per gli insegnanti delle primarie e delle secondarie nei temi dell’inclusione scolastica, dei disturbi dell’apprendimento e nell’uso degli audiovisivi. Si occupa degli screening per la rilevazione precoce dei disordini riferibili alla disprassia e alla dislessia. Tra le sue pubblicazioni i “Quaderni 1 – 2, pratiche per la clinica della dislessia” e “Gli screening diagnostici” con M. Spezzi e G. Santoni. Abbiamo chiesto a lui di rileggere la scuola che cambia.
Presidente, quale ritiene siano le maggiori sfide che i nuovi pedagogisti debbano affrontare oggi e ha qualche consiglio per superarle?
«I laureati in pedagogia e scienze dell’educazione sanno di aver scelto una carriera che li pone costantemente di fronte alla difficoltà della scelta: il pedagogista fatica a trovare un lavoro dove poter mettere in pratica quanto ha appreso e interiorizzato nel corso della propria formazione. Alcuni pedagogisti si “mettono in proprio” e tentano la strada del lavoro autonomo, ma la maggior parte accetta il declassamento, pur di lavorare: laureati con la specialistica affiancano a pari livello diplomati (e a volte “non diplomati”) nei settori del privato sociale, nelle cooperative, nei CEOD e nelle comunità. Manca un riconoscimento fattuale del valore della figura professionale. UNIPED si batte anche per questo, per tutelare la figura e la professionalità dell’esperto educativo, impiegato nel suo campo. La sfida più importante, e anche più dura in questo momento, è riportare il ruolo e la funzione del sapere pedagogico nel suo ambito: va ridefinito il rapporto con gli altri operatori educativi (insegnanti, psicologi, istruttori, animatori…) differenziando e valorizzando il contributo specifico di ogni figura.»
Quali aspetto dell’insegnamento le piace di più e quanto sarebbe utile, per i docenti italiani, avere seriamente frequentato un corso di pedagogia, di metodologia e di didattica?
«L’insegnamento è di per sé una pratica educativa, va pertanto considerato come una disciplina che non può mettere in secondo piano il portato pedagogico. Nel momento stesso in cui comunico una nozione, posso scegliere come e con che strumenti. La modalità non è mai indifferente. Perciò è sempre auspicabile che qualunque insegnante abbia nozioni pratiche di tipo didattico già prima di iniziare a lavorare, e pratico-teoriche di pedagogia per stimolare tutto ciò che ha a che fare con il “cosa” e anche con il “perché”. La pedagogia non è una materia che si occupa di comunicare tecniche, è una disciplina che comporta il pensiero. La chiarezza teleologica, la ricerca delle finalità dei percorsi educativi, la spinta assiologica e valoriale, l’approccio globale ed ecologico nei confronti degli alunni, sono questioni che richiedono competenza educativa. Da insegnante sono a favore delle lezioni nelle quali ci sia chiarezza nel patto educativo, dove c’è la comunicazione docente di un sapere e la rielaborazione da parte del discente. Le conoscenze vanno poi rese dinamiche nel rapporto gestito e coordinato nell’ambito inclusivo delle relazioni interpersonali. Perciò ritengo che le mie esperienze maggiormente significative siano quelle in presenza.»
Quali strumenti tecnologici trovi più efficaci per aiutare i tuoi studenti ad imparare in classe?
«Tutti. Non è lo strumento a fare la differenza, ma la modalità di utilizzo. Vanno poi necessariamente differenziati i percorsi di studio. Nella scuola primaria è indispensabile usare strumenti quali la matita e la carta, man mano che si procede si possono aggiungere altri strumenti, ricordando che lo strumento è un mezzo, non un fine. L’esercizio alla manualità e al coordinamento motorio non va messo in secondo piano. Personalmente trovo utile e comoda la LIM, lavagna elettronica che semplifica l’insegnamento delle tecniche di regia cinematografica e la visione di contributi audiovisivi. Quando devo scrivere qualcosa, preferisco la lavagna cancellabile: si apprende anche grazie all’esempio, quindi osservare il maestro o la maestra scrivere con le mani, stimola i collegamenti percettivi e sviluppa le dinamiche insite nell’apprendimento. Con i ragazzi più grandi è utile (e saggio) proporre una variegata offerta di strumenti tecnologici: invito a usare ciò che hanno a disposizione in modo diverso da come già lo usano (e lo sanno già usare – spesso meglio del docente), per cui il cellulare e il computer possono diventare microfoni e videocamere per la realizzazione di stazioni radiofoniche o piattaforme di montaggio audiovisivo. La creatività nell’uso della tecnologia è ciò che fa diventare “educativo” l’uso della tecnologia a disposizione. Al contrario, l’imitazione dell’uso che già se ne fa (dei tablet, degli smartphone, dei pc) sono la morte della didattica e la resa del docente».
In che modo il suo percorso professionale lo ha portato alla sua attuale posizione di Presidente dell’Unione italiana pedagogisti?
«Non era mai stata prevista una mia carriera all’interno dell’UNIPED. Sono entrato tardi nell’associazione perché, come molti altri colleghi, non avevo mai pensato che potesse servire associarsi. Dopo aver preso coscienza dell’importanza di un’organizzazione di riferimento, ho tentato di contribuire al meglio delle mie possibilità e del mio tempo a disposizione per la promozione dell’intera struttura. La presidenza mi è stata proposta. Inizialmente ho esitato a lungo, sono sincero. Poi mi sono deciso perché le cose si portano avanti anche con l’esempio: ci si deve mettere la faccia e bisogna esporsi, qualche volta, per far sì che anche gli altri si diano da fare. Ho vinto la titubanza iniziale pensando che, invece che dire ad altri “cosa devono fare le associazioni dei pedagogisti”, fosse arrivato il momento di iniziare a mettere in pratica le cose che penso siano giuste e farmi dire da altri cosa si dovrebbe tentare.»
Ha qualche consiglio da condividere con aspiranti pedagogisti?
«La pratica unita alla teoria. Il pedagogista è una figura che mette al centro del suo agire il pensiero, quindi invito gli aspiranti pedagogisti a formarsi in modo serio e a seguire orientamenti diversificati. Però attenzione: il pensiero da solo non basta. Mi permetto quindi di suggerire a chi vuole avvicinarsi alla professione di iniziare a lavorare presto in qualunque contesto educativo. Affiancare dei tirocini solidi e delle esperienze di lavoro anche estemporanee ma intense. L’educatore e il pedagogista sono a contatto con la loro “materia di studio”, che è materia viva, non inerte. Non esiste il pedagogista da laboratorio. Le esperienze a disposizione degli studenti sono molteplici: nelle colonie, nei soggiorni residenziali e nei centri estivi si lavora stagionalmente con i bambini; i diurni e i CEOD mettono a contatto con l’handicap; le comunità alloggio e le comunità terapeutiche consentono di entrare in contatto con il disagio; ci sono poi case di riposo, istituti, centri comprensivi. Chi volesse avvicinarsi al mondo dei disturbi dell’apprendimento può contattare le realtà pubbliche e private che fanno sostegno ai compiti, oppure qualche professionista con cui fare affiancamento e pratica operativa. Consiglio questo: entrate nel mondo reale prima della laurea, la laurea non è una patente di guida, potete iniziare a praticare (come apprendisti o come tirocinanti) ben prima di aver completato il corso di studi».
Condividerebbe con noi le sue ragioni per diventare insegnante, nonostante questo appesantimento normativo, organizzativo e gestionale della scuola?
«I motivi per diventare insegnante sono i soliti: un posto di lavoro sicuro e sufficientemente gratificante, una libertà professionale impensabile in altre posizioni lavorative, un buon riconoscimento sociale, una conferma delle proprie potenzialità intellettuali e la conclusione del percorso di studi. Ma le vere ragioni per diventare un “buon” insegnante, o un insegnante “bravo”, non dovrebbero limitarsi al riconoscimento. Perché ciò significherebbe che “diventare insegnante” è un punto di arrivo, mentre invece si diventa insegnanti all’inizio della carriera. Il mestiere di insegnante necessita di motivazione e di entusiasmo. Senza la motivazione e senza l’entusiasmo qualunque attività diventa frustrante e logorante, purtroppo l’insegnante non si può permettere di essere frustrato e logorato, perché il suo mestiere ha a che fare con gli altri, verso i quali ha una precisa responsabilità. Essere insegnante è come essere il pilota di un aeroplano, se non si ha la motivazione di restare in quota, è meglio non caricare passeggeri».
Che cosa ha imparato dall’esperienza della sua carriera che vorrebbe sapere se fosse nelle condizioni di ripartire da zero?
«Quello che suggerisco a tutti i nuovi colleghi: interessi differenziati e iniziare a lavorare sul campo prima della conclusione del corso di studi. Gli interessi differenziati permettono di confrontarsi con la molteplicità delle figure professionali che si incontrano, mentre avere una solida esperienza lavorativa consente di entrare nel mondo professionale con la consapevolezza dei propri diritti e della propria specificità professionale.»
Che cosa desidera che ogni nuovo insegnante sappia?
«Che l’attività dell’insegnamento non è mai neutra. Mai. Poiché tale verità è insita nella pratica, va esercitato il pensiero. Il modo migliore per esercitare il pensiero alle finalità dell’azione è lo studio serio del sapere pedagogico».
Quali sono alcune delle sfide che gli insegnanti di lingue straniere devono affrontare e come si superano in caso di presenza di alunni con DSA?
«L’insegnamento delle lingue straniere, particolarmente nelle scuole primarie, è la conseguenza di una scelta di adeguamento alle mutate necessità sociali. La conoscenza di una seconda lingua – quasi sempre l’inglese – è diventata un obbligo negli usi e nei costumi della didattica contemporanea. La realtà è però fatta di migliaia di bambini che accedono alla prima classe con enormi deficit di carattere variabile, che comportano, secondo la logica performativa dei risultati e dei progressi, dei ritardi e l’accumularsi delle lacune. La lingua madre a volte è conosciuta in modo provvisorio e superficiale, e l’insegnante delle primarie deve comunque sacrificare parte del tempo e del cuore della didattica per “portare avanti” dei programmi legati all’apprendimento di una o due lingue straniere. Per un dislessico ci sono problemi che vanno risolti con molto esercizio e con la pratica. Problemi che si moltiplicano con l’aggiunta di ulteriori materie. In particolare, se tali materie che vanno a modificare regole e input già acquisiti. Il superamento dei problemi deve tener conto dell’adeguamento dei programmi. Le lacune che si sviluppano nelle primarie si cristallizzano e tendono a diventare scogli insormontabili quando l’alunno arriva alle superiori grazie alle cogenti pratiche di avanzamento scolastico. Il rischio è quello di rimandare all’infinito la soluzione del nodo. In alcuni casi credo sarebbe bene ripensare l’aspettativa di apprendimento dell’intero ciclo di studi abbassandolo e, se del caso, differenziandolo per fasce facoltative.»
In che modo consiglia ai nuovi insegnanti di approcciarsi all’alunno con DSA? C’è bisogno di una formazione specifica? Consiglia di farsene una?
«Ogni DSA è diverso dagli altri, però di fondo si richiede a ognuno di raggiungere il livello medio dell’apprendimento della classe che si frequenta. Un insegnante che ha a che fare con un dislessico deve essere preparato, anche perché non può contare sul supporto di un insegnante di sostegno. Ogni scuola dovrà prevedere la formazione specifica dei propri insegnanti in materia di disordini dislessici, perché la presenza del dislessico è una realtà in costante crescita da cui non si può più prescindere. Sui motivi per cui ciò accade, volendo si potrà discutere in separata sede, ma questa è una realtà. Non è quindi ammissibile che ci siano insegnanti impreparati che affrontano il tema in modo superficiale e con faciloneria. La presenza di dislessici non è una questione ideologica, ma la realtà attuale delle odierne composizioni del corpo studentesco. Esistono innumerevoli possibilità di formazione per gli insegnanti, che vengono riconosciute come percorso formativo anche con l’uso del bonus insegnante. Sono ottime opportunità: all’interno di UNIPED ci sono molti professionisti clinici che praticano quotidianamente e formatori riconosciuti. Invito tutti a aggiornarsi e a informarsi sugli orientamenti migliori e sulle opportunità a disposizione di tutti.»
Quali sono alcuni modi in cui pensi che la tecnologia renda più facile l’insegnamento?
«Nel periodo del lockdown molti insegnanti hanno potuto mantenere il contatto con i propri studenti grazie a internet. In molti casi hanno anche proseguito il programma, interrogato, valutato e insegnato cose nuove. Ma il punto focale è il contatto: l’insegnante tiene il filo, per cui ben vengano la comunicazione a distanza e la didattica telematica: la tecnologia al servizio della didattica. Chiaro che non può sostituire l’insegnamento in presenza, ma è un ottimo supplente. Per il resto la tecnologia è da sempre un alleato dell’insegnante: la penna biro ha reso più semplice l’apprendimento della scrittura rispetto all’uso del pennino a inchiostro, lo stesso vale per il quaderno ad anelli o per la calcolatrice elettronica. Ma è sempre così: con la biro si è persa un po’ la cura per il gesto grafico e con la calcolatrice elettronica si perde la sveltezza del calcolo a mente. Lo si vede anche con l’uso del telefono cellulare, grazie al quale abbiamo il mondo in tasca ma rischiamo di non ricordare più i numeri degli amici. L’importante è compensare quello che si perde con qualcosa che si acquisisce. Motivo per cui insisto nel sottolineare che la caratteristica qualificante del pensiero pedagogico sta nella conoscenza delle finalità».
Esistono modi in cui la tecnologia rende più difficile l’insegnamento?
«Tutte le modalità che privilegiano l’induzione alla deduzione. Quando si usano strumenti che danno l’impressione che tutto è comprensibile e raggiungibile semplicemente mettendo insieme informazioni e aspettandosi che queste comportino automaticamente uno sviluppo, si perde di vista il processo dell’apprendimento. La cultura del “link” è comoda, utile ed efficace per chi è già formato e sa già studiare, ma rivela carattere di deprivazione culturale su chi non è sufficientemente strutturato».